Più copertine che vita

La didattica è un ambito in cui non si finisce mai di imparare. Nella gran parte dei casi per me si tratta di ripartire dall’inizio, in tutti i sensi. Innanzitutto, perché insegno quasi esclusivamente a non antropologi, il che significa da un lato dover rinunciare alla possibilità di dibattiti su temi specifici, approfondimenti su autori, metodi e una serie di altre cose. Dall’altro significa dover ricalibrare gli strumenti ogni volta sulla base della provenienza e gli interessi del pubblico che si ha di fronte. Una serie di cose complicate vanno rese semplici e catchy, comprendere il mondo del pubblico che si ha di fronte è di grande aiuto perché costituisce un serbatoio di esempi che funzionano e tengono alto il livello dell’attenzione.

All’ISIA di Faenza ci siamo accordati affinché ogni anno si decida collegialmente un tema portante a cui i vari programmi di studio si debbano adeguare. Quindi buona parte delle lezioni vengono riadattate di anno accademico in anno accademico. Nonostante questo, ci sono dei miei pallini a cui non sono disposto a rinunciare: qualche passaggio su antropologia pubblica e applicazione non manca mai. Settantacinque ore di corso consentono di affrontare un discreto numero di temi, il problema è farlo evitando di decimare l’aula. La cosa bella dei designers (facciamo una delle cose belle, va…) è che si può portare ad un altro livello il senso di lavoro dello studente. A un aspirante antropologo o antropologa si chiede una tesina, una presentazione in aula, al massimo dei piccoli approfondimenti di gruppo. Ai designers si chiede di immaginare mondi, una restituzione fatta da un designer da alla forma la stessa importanza che ha la sostanza. Più li si incita a sbizzarrirsi sul loro terreno e più loro ti conducono su terreni inesplorati, cambiando le forme, alterando i colori, rompendo le strutture. Se si è abbastanza bravi (o fortunati) si riesce a passare allo step successivo, perché dopo averle fatte a pezzi, le strutture vanno riassemblate, e in modo da avere un senso. L’anno scorso ho deciso di unire l’utile al dilettevole. Ho stressato l’assemblea della SIAA finché non hanno accettato di farmi mettere mano alla copertina di Antropologia Pubblica.

La prima e la seconda versione della copertina di Antropologia Pubblica
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Lo stato dei margini

Se lo stato di salute della società è stato messo a dura prova dalla pandemia e dalle misure introdotte per contenerla, è dando un’occhiata ai suoi margini che possiamo trarre alcune considerazioni generali. In un breve articolo, pubblicato ormai più di due mesi fa sul sito dell’ANPIA, denunciavo quanto fossero drammatiche le ricadute della situazione su alcune specifiche fasce della popolazione. Un mese fa ho pubblicato qualche altra breve considerazione a partire da alcuni dettagli veramente micro su cui mi si è aperto uno spiraglio, grazie alle relazioni con soggetti che riescono ancora a operare a livello territoriale nonostante il lockdown.

Antropologi e antropologhe hanno scritto abbondantemente sulla società durante la pandemia (Fabio Dei ha aggiornato la lista delle pubblicazioni fino alla metà di aprile, l’ANPIA ha inaugurato una rubrica apposita sul sito dell’associazione), ad accomunare molti di questi scritti è l’assenza del requisito fondamentale della ricerca antropologica: l’accesso al campo.

Anche se è difficile, se non impossibile, avere uno sguardo diretto sui contesti che fino pochi mesi fa erano per noi quotidiani, nelle ultime settimane sono stati prodotti alcuni documenti che ci forniscono preziose informazioni in merito a realtà il cui presidio rimane fondamentale. È lo stato di salute dei margini della società, infatti, a costituire un prezioso termometro della civiltà tutta.

La protesta davanti al palazzo comunale di Torino
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Libertà e corresponsabilità, la necessità di un dialogo

Anche questa settimana ringrazio Ezio Farinetti dell’Università della Strada per la nuova riflessione che mi gentilmente concesso. Qui invece trovate il suo intervento precedente.

Laika, Roma Piazza Vittorio

C’è un tema che in questi giorni sollecita la riflessione di molti operatori, una questione che riguarda direttamente il loro lavoro, ma che trascende in una dimensione più generale. Da una parte questo periodo di lockdown è stato per tutti una palestra di corresponsabilità. Si stava chiusi – a casa o in comunità – non solo per salvaguardarsi da un possibile contagio che ci avrebbe messo in difficoltà da un punto di vista sanitario, ma anche per non diventare noi stessi vettori sani e inconsapevoli del male, ignari agenti di trasmissione del virus verso altre persone potenzialmente più vulnerabili. È interessante notare che questo tema ha attraversato i pensieri di tutti, dagli operatori ai beneficiari dei nostri interventi.

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Congiunti, mascherine e cibo del futuro

Gli studenti accorciano nomi degli antropologi, li semplificano, così come il mondo semplifica l’antropologia. Ho impostato Google Alerts in modo da inviarmi un riepilogo settimanale in merito all’uso dei termini “antropologia” ed “etnografia” per come rilevato dal suo algoritmo. In questa rubrica vedremo assieme cosa ne esce.

Soverato Web

Tre le segnalazioni dell’algoritmo di Google, tutte a loro modo interessanti. La prima proveniente da Soverato Web, dove il giornalista locale Ulderico Nisticò affronta a mo’ di divertissement un tema che ha costituito uno dei pilastri dell’antropologia e tuttora attrae l’attenzione di molti colleghi e colleghe, seppur con forme diverse dal passato: la parentela. Io stesso frequento la Calabria da alcuni anni e ho sperimentato con mano come il senso della parentela sia molto più forte rispetto alla mia terra natia. Le esternazioni del premier in riferimento ai congiunti, divenuti lo specchietto per le allodole del dibattito pubblico della prima settimana di maggio, erano destinate a declinarsi nella versione locale, perché

In Calabria, poi, la parentela è un concetto molto speciale, che merita un’analisi antropologica. Quando le famiglie erano numerose, con vari matrimoni, i parenti si moltiplicavano; e mentre il primo figlio aveva già nipoti, l’ultimo si sposava all’interno della famiglia della moglie di un nipote. Eccetera.

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